Cos’è l’intelligenza?

Buzan viaggia da quando era piccolo. È nato a Londra nel 1942, ma a undici anni si è trasferito a Vancouver con il fratello e i genitori; la madre era una stenografa di tribunale, il padre un perito elettronico. Dice di essere stato « un ragazzo normale, con i normali problemi di quell’età, che ha frequentato scuole normali ».

  « Allora, il mio migliore amico si chiamava Barry », rievocò Buzan, mentre stava seduto nel patio con la camicia rosa sbottonata e un paio di occhiali da sole avvolgenti come quelli che usano gli anziani per proteggersi gli occhi. « Barry era sempre nella sezione D, io invece nella A. La sezione A era per i ragazzi brillanti, la D per i meno dotati. Ma quando eravamo in mezzo alla natura, lui era in grado di identificare gli animali guardandoli volare all’orizzonte. Gli bastava vedere uno schema di volo per distinguere una vanessa o una quaglia da un merlo, che sono molto simili. Sapevo che era un genio. Io presi il massimo dei voti in un esame di scienze, un eccellente, per aver risposto a domande del tipo ‘Nomina due pesci che nuotano nei fiumi inglesi’. Be’, ce ne sono centotré. Quando mi restituirono il compito con il giudizio ‘eccellente’, all’improvviso mi resi conto che il ragazzo seduto nell’aula della classe differenziale, il mio miglior amico Barry, ne sapeva più di me, molto più di me, sull’argomento in cui teoricamente io ero il numero uno. In realtà il numero uno non ero io, era lui.

  « Allora capii che il nostro sistema scolastico d’intelligenza non ne capiva un fico secco, non sapeva distinguere chi è brillante da chi non lo è. Dicevano che ero il migliore, quando sapevo bene di non esserlo, e di lui dicevano che era il peggiore, benché fosse l’esatto contrario. La verità era agli antipodi rispetto a quanto sostenuto dagli insegnanti. Allora cominciai a chiedermi: che cos’è l’intelligenza? Chi lo stabilisce? Chi è in grado di giudicare se sei un tipo in gamba? Chi può dire che non lo sei? E dove vogliono andare a parare?» Almeno stando all’ordinato racconto di Buzan, quelle domande lo perseguitarono finché non si iscrisse al college.

 

Tratto da “L’arte di ricordare tutto” – Joshua Foer ( traduzione di Elisabetta Valdré ) – 2011 – ed. Longanesi
pagg. 225 – 226

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