Vesti la nonna!

Al di là delle apparenze del titolo, questo post non contiene giochi flash di dubbio gusto né pornografia di gusto altrettanto dubbio.

Ma dovrebbe contenere tracce di accennata ironia, il che potrebbe causare danni maggiori ai più.

Quello che mi premeva dire in questa occasione, che è San Valentino, se l’anagramma del titolo non fosse chiaro, è che trovo stupido odiarla. È una ricorrenza annuale come un’altra, nata e cresciuta come altre a suon di mazzette e di soldoni. Non c’è differenza tra San Valentino e il Natale, se non, appunto, nella quantità soldoni e mazzette e nel fatto che in uno dei due eventi i fiorai fanno affari record. Anche San Valentino quando arriva, arriva. E ogni anno è la stessa pioggia di considerazioni inutili, banali, scontate, dannose. Odiamo San Valentino con moderazione, per favore. Lo dico soprattutto per rispetto a chi con l’amore e i suoi surrogati ci campa. O almeno vediamo di odiare un po’ tutto allora: perché odiare San Valentino è ok, ma odiare la Pasqua è sacrilegio?

Diamine!

Dimenticavo: il post, anagrammi a parte, funziona ugualmente sostituendo “San Valentino” con “Sanremo”

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Pastelli a c’era…

Oggi mi capitava di colorare il nuovo orario, quello del prossimo semestre. Piuttosto che studiare Analisi 2, ho preferito fare qualcosa che, in ogni caso, avrei fatto più avanti.

Sono parecchio sinestetico, ovvero associo automaticamente molte parole, lettere o numeri a un colore, quindi per esempio per me il numero 1 non può che essere blu, il venerdì arancione e così via. Proprio per questo per me è irrinunciabile associare le nuove materie a un colore, tutti gli anni, per stamparne un orario o decidere le copertine dei quaderni. E dire che sono pure daltonico…o forse è proprio per questo che ho una diversa sensibilità verso i colori.

Coloravo, dicevo, e mi accorgevo da quanto tempo non prendessi in mano un pastello con serietà. Intendo proprio con la volontà di colorare, prendendo l’impegno di non uscire dai bordi, di non mescolare i colori, di stare attento a non fare vedere le diverse direzioni dei vari tratti di stesura. Una volta colorare era una cosa seria. I pomeriggi passati a buttare colore su disegni e pasticci, su risme intonse d’un tratto piene di significato. Dov’erano le preoccupazioni, le ansie, i malcontenti? La più grande tragedia che potesse capitare era che a sbavare dal contorno fosse un pennarello, non una matita. Irrimediabile. E la penna magica: la voglia di colorare tutto con un’unica passata che inevitabilmente sfociava in disastro di dimensioni colossali, che magari pure il foglio si bucava. Capitava poi, sempre, che ci fosse il disegno quello grosso, quello palloso da riempire, quello che “nonna aiutami a finirlo”. Era una gran fatica, ai tempi, e come tutte le grandi fatiche dava una certa gratificazione una volta completata. Non che oggi non sia stato faticoso, ma, in effetti, ben poca soddisfazione.

C’era tutto il mondo in un pastello. Chissà, poi, come diavolo funzionavano i quaderni magici.

E tra parentesi, Analisi 2 è rossa.

Come il fuoco.