Oggi come allora

Non sono sicuro che ci fossi rimasto male per il fatto che mi avevano interrotto i cartoni, ma ogni canale trasmetteva le stesse, confuse e al contempo chiarissime, immagini. Era successo davvero qualcosa di molto, troppo grosso.
Ero sul letto, a casa di mia zia. In quel periodo mia cugina era molto piccola e mia nonna si occupava di entrambi, pertanto ero ospite fisso a casa sua. Soltanto che io e mia cugina talvolta litigavamo sui cartoni animati da guardare, da qui l’abitudine di stare solo, in camera dei suoi, sul grande lettone.
Confuso da ciò che stava accadendo in TV, raggiunsi i grandi, in sala. Stesso scenario e stesso senso di vuoto. Qualcosa si era rotto sul viso di tutti.
Non ricordo perché, ma ci trasferimmo tutti da mia nonna verso sera, dall’altra parte del paese. Ci si trovava spesso lì per giocare tutti insieme tra cugini, ma stavolta era diverso. Probabilmente durante il tragitto avevo sperato che tutto fosse già tornato alla normalità e che, una volta giunto dalla nonna, potessi riprendere a guardare la TV tranquillamente, magari dimenticando tutto.
Chiaramente la realtà fu differente. Anche là mi trovai di fronte al medesimo spettacolo incomprensibile. Le notizie si accavallavano confusamente. Mia nonna diceva che era successo qualcosa anche al Campidoglio, a Roma, ma per fortuna si sbagliava. Tutti erano incollati allo schermo e io avevo paura.
Avevo paura della guerra. Che venissero a bombardare pure noi, che non avevamo fatto nulla. Ma non solo noi italiani, in generale, ma noi: io, mia nonna, gli zii, i cugini. “Cosa c’entriamo adesso noi? Perché adesso ci attaccano? Cosa abbiamo fatto di male?” mi chiedevo. Erano le domande di un bambino di 10 anni e mezzo “compiuti” il giorno prima, e che il giorno dopo avrebbe cominciato la quinta elementare, ma probabilmente erano dubbi che si erano posti e si pongono tanti altri nel mondo.
Mi veniva da piangere e lo feci di lì a poco, ma per conto mio, nascosto in bagno. Mia nonna ripeteva che ormai eravamo in guerra. Cosa sarebbe successo ora?
Pregavo. All’epoca avevo una Fede abbastanza convinta. Sempre chiuso in bagno impaurito. Chiedevo di far finire tutto quello che vedevo in TV, di far andare tutto bene, di proteggere me e le persone che avevo a cuore.
Venne poi a prendermi mio padre, tornato dal lavoro, e fui felice di vederlo e poter tornare a casa. Sull’ascensore incontrai il mio vicino di casa che commentò con mio padre “Hanno fatto un bel casino, eh?” Un bel casino.

Cosa accadde esattamente nei giorni successivi l’ho dimenticato, a parte il chiaro ricordo di quel disegno che ci fecero fare a scuola, relativo all’accaduto, per farci “sfogare”, credo. Ricordo però bene che la paura di quel giorni mi rimase dentro per un tempo infinito e, forse, ancora oggi ne porto alcune cicatrici.
Per mesi fui preso dal panico ogniqualvolta sentivo passare un aereo sopra la mia testa. Ero certo che in un attimo sarebbe precipitato, che avrebbe distrutto i palazzi attorno a me, la mia vita, la mia felicità. Che d’un tratto non avrei trovato più un posto sicuro sulla faccia della Terra, che ero destinato a non essere mai più tranquillo e sereno.
Al liceo iniziai a prendere la metropolitana con regolarità, a Milano, e spesso non lo facevo tranquillamente. Talvolta sentivo l’impulso irrefrenabile di scendere alla prima fermata utile, dopo che un “tipo sospetto” era salito sulla mia stessa carrozza.

A 12 anni di distanza ci troviamo alle porte di un nuovo conflitto immotivato, che non porterebbe a nulla, se non a un altro «bel casino», chissà in quale anno, nel prossimo o remoto futuro. Quel giorno ha cambiato tutto e tutti, non si esagera mai parlandone in questi termini. Sono stati i terroristi a vincere, almeno su di me, che il terrore l’ho avuto per tanto tempo. Vinceranno ancora se dimentichiamo il fatto che quello che chiamiamo Occidente non è un paradiso terrestre immune a tutti i mali del mondo, ma, anzi, forse ne è il più grande produttore ed esportatore. Il terrore che per un giorno ha colpito i nostri “amici” è lo stesso che tutti i giorni attanaglia altre zone del pianeta, magari non esattamente “in our backyard”.

Non vuole esserci moralismo in ciò che ho scritto. Ho solo voluto raccontare la mia intima reazione a un evento storico così terribile, di come gli occhi di un bambino, forse un po’ troppo recettivo per la sua età, hanno filtrato e letto questa enorme tragedia e di come adesso quel bimbo cresciuto, sempre un po’ troppo sensibile, non voglia che altri bambini vedano le stesse immagini, in futuro.

Proteggiamo questi occhi per le belle ragazze che ci aspettano qua fuori, non per le vergini che ci attendono in Paradiso. Proteggiamo questi occhi per questa vita, non per quella che il buon Dio Padre, giudice, salvatore, che tutto può e nulla fa, ci riserva nell’Aldilà. Proteggiamo questi occhi e leggiamo la realtà senza pregiudizi, senza cadere vittima di qualche «spacciatore di lenti».

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