De gustibus: musica #1

La cosa più bella del mondo sono i gusti della gente. Sono incredibilmente vari: se qualcosa esiste, esiste qualcuno sulla faccia della Terra a cui piace. La cosa ancora più bella è che la gente si scanna per queste cose e non riesce a tollerare le divergenze, tanto che  un po’ tutti i conflitti, privati o meno, alla fine, nascono proprio per le diverse sensibilità che le persone hanno. Così nascono le mode, le tendenze, gli slogan, i movimenti, gli schieramenti. Esiste una bellezza platonica, oggettiva, che tutti riconoscono come tale? Se ne potrebbe parlare all’infinito e non è mia intenzione farlo, al momento. Piuttosto, rivedere i gusti del passato, propri, ma anche collettivi, con leggerezza, è sempre un grande spasso, per vedere anche cosa è sopravvissuto di tutto ciò che, ai tempi, era davvero cool. Un po’ per gioco, quindi, su Facebook ho iniziato a pubblicare giorno per giorno le mie canzoni preferite per ogni anno, dal mio anno di nascita in poi, riprendendo l’idea (sfruttata pessimamente) di un’applicazione lanciata, sempre su Facebook, da non ricordo quale marchio. Ma non posso smentire la mia natura da uomo di scienza, quindi sì, lo ammetto:  è anche un esperimento. Sono curioso di vedere se ci saranno eventuali commenti positivi o negativi rispetto alle canzoni che ho pubblicato e pubblicherò. Come ne scelgo una per anno? Wikipedia –> singoli del (anno in questione) –> scelgo la canzone che preferisco tra quelle elencate, o che credo abbia dato di più al mondo della musica, o ancora, che mi trattiene più ricordi. Unica regola ferrea: eviterò le canzoni italiane, quelle magari finiranno in una prossima “classifica”.
Ecco finora cosa ho pubblicato. Buon ascolto!

p.s.

Solitamente ho scelto i singoli: magari il brano già era sul mercato nell’album da cui poi sarebbe stato estratto (tipicamente dall’anno precedente), ma siccome si parla di mode, la maggior parte del pubblico diventa cosciente dell’esistenza di un brano solo dopo la pubblicazione come singolo, pertanto…

1991

 

1992

 

1993

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404 – time not found #2: De Bello Bidello

Per il secondo, attesissimo (LOL) appuntamento con la rubrica dedicata ai miei vecchi articoli da licealgiornalista, vi propongo IL pezzo, l’articolo che è rimasto nella storia del liceo. La scintilla per scriverlo mi era giunta in seguito a un episodio piuttosto bizzarro: una mattina io e i miei compagni ci eravamo ritrovati il pavimento dell’aula ricoperto di cartacce e rifiuti, provenienti, credevamo, da quello che sarebbe dovuto essere il cestino, appunto, dei rifiuti. L’evento si scoprì essere una sorta di minaccia da parte dei bidelli, anzi, di una bidella in particolare, che venne infatti a rivendicare il gesto, scatenato, disse, dal fatto che nei sottobanchi veniva sempre lasciato pattume di vario genere. La soluzione migliore le era dunque sembrata quella di rovesciarne il contenuto, chiamiamolo così, sul pavimento, come monito per il futuro: ecco dunque svelata la natura di quei rifiuti. La cosa non mi piacque nemmeno un po’ e decisi, data anche la mia posizione di rappresentante di classe, oltre che di (capo)redattore del giornale scolastico (non ancora direttore), di impugnare la questione. Avevo sempre odiato le lamentele scorrette, la denuncia di nullafacenza da parte di nullafacenti, per di più conoscevo (e conosco) bene la questione delle pulizie perché ho una madre assolutamente maniaca del pulito in tutte le sue forme, che mi ha sempre fatto pagare cara ogni leggerezza nell’ordine casalingo, pertanto ero infuriato nel vedere gente che NON puliva, lamentarsi di dover eseguire compiti che NON le erano stati assegnati. Infatti la bidella aveva tirato fuori una lista di malefatte imputate a noi studenti (ci sono dei fazzoletti per terra!) e per ognuna di esse avevo, prontissima, sguizzante, una corrispondente deficienza del suo scarso operato. Incazzato nero inforcai la tastiera non appena mi fu possibile e mi misi a scrivere un’invettiva contro la bidella in questione, generalizzando all’intero personale scolastico assegnato alle pulizie, specificando però bene a quali tipologie di persone fossero rivolte le critiche. L’ispirazione non ricordo come mi venne, ma pensai subito a scrivere incipit e finale dell’articolo come una traslitterazione del De Bello Gallico (lo studiavo quell’anno, la terza), dando vita al De Bello Bidello, che trovate qui sotto. Buona (per alcuni ri-)lettura 😉

 

De Bello Bidello

Dal libro primo

Incipit

<<Nel suo complesso la Bidelleria è divisa in tre parti: una è abitata dalla signora Rosy, una dalla signora Maria e l’altra da quello che nella nostra lingua è detto “il Bidello giovane” (trad. da Minor Bidellus) , ma nella sua viene chiamato “Ale”. La Bidelleria è delimitata da un atrio, che spesso i Primini (trad. da Primi et Parvi Iuvenes), che vantano di aver combattuto numerose volte con i Bidelli, hanno definito invalicabile e pieno di insidie, e dall’altra parte da un muro spesso, atto alla difesa. Si tramanda che un giorno, avendo gli studenti di III B* lasciato l’aula indegna, i Bidelli abbiano rovesciato le cose dai sottobanchi (cfr. sub+bancum) e, dopo le accuse da parte dei vinti, abbiano risposto che i sottobanchi siano da lasciare puliti e che, avrebbero agito così tutte le volte che qualche rifiuto fosse stato lasciato.>>

[*vasta provincia Romana, confinante con la Bidelleria]

Perdonate la traduzione approssimata del passo, ma, ahimè, avevo lasciato IL sotto il banco e me l’hanno portato via i bidelli…

Succede anche questo laddove non c’è chiarezza riguardo ai compiti assegnati ai bidelli. Ops! personale ATA…no fa schifo, bidelli va benissimo. Ecco, forse solo i vocabolari sono tollerati nel sottobanco, il resto viene trafugato o gettato a terra senza pietà. Qual è il limite dei bidelli? Non lo so, cerchiamo però di ragionare su cosa sarebbero tenuti a fare. Innanzitutto è d’obbligo la pulizia del pavimento. Ogni giorno, infatti, è inevitabile che ci si cammini sopra, salvo avere strani poteri o marchingegni tali da ovviare al problema, pertanto va da sé che sia sempre da lavare. Non meno importante è la pulizia della lavagna. Chiunque venga nella mia classe e scriva qualunque cosa, con qualsiasi colore disponibile sulla tavolozza, in qualsiasi alfabeto dell’universo e con ogni possibile disegnino cazzutissimo come allegato, MA… il tutto dev’essere tolto entro le 8.30 del mattino seguente. Non perché io debba rimpiazzare un capolavoro di tal Rossi Mario di quinta Z con la mia effige dipinta in acquerello (sì è vero, anche per questo motivo), ma solamente perché la lavagna può essere utile nelle spiegazioni, in qualsiasi momento: perdere tempo a cancellare il tutto non è redditizio e per lo meno è fastidioso. Sempre che si possa cancellare! Non è raro infatti che come unico mezzo per pulire la lavagna rimanga la morbida cute dei primini da rapire e utilizzare a modo (scherzo, vi voglio bene XD). Quindi altra richiesta: vogliamo qualcosa di fisso nell’aula per pulire la lavagna, anche della carta igienica volendo. Uh! La carta igienica! E poi si stupiscono se sono andato in qualche bagno della scuola solo 4-5 volte in 3 anni! Con cosa mi asciugo barra pulisco? Suvvia, vogliamo solo dei bei rotoloni come quelli con cui giocano i simpatici labrador nella pubblicità. Torniamo all’aula. Può capitare di dimenticarsi una lattina, una cartaccia, un fazzoletto sotto il banco; può capitare di rovesciare qualcosa di liquido, ma non solo, in aula e non raccoglierlo e qui posso venirvi incontro dato che in effetti non sarebbe permesso cibarsi nelle classi, ciò non toglie che può accadere. Tutto ciò non può giustificare che voi veniate nella mia classe, per pulirla, vediate un rifiuto sotto UN banco (2-3 massimo) e quindi vi salti in mente di rovesciare il “contenuto” di tutti sul pavimento. Ma è quello che avete fatto, svariate volte. Le soluzioni quindi sono due, a mio avviso: o lasciate a discrezione di ognuno il proprio sottobanco, del resto il banco è mio almeno per un anno e sarò io a essere infastidito dai rifiuti e gettarli quando possibile, oppure evitate queste ritorsioni insensate e anche discussioni sconclusionate. Vi chiedo solo il minimo della pulizia, che consiste in quello che sopra è elencato. Mi avete anche promesso che avreste pulito almeno il cestino e la lavagna, ma con la scusa dei corsi di recupero pomeridiani ora la lavagna ogni mattina è sporca e inutilizzabile: grazie.

Mi pare giusto chiarire che ho generalizzato solo a scopi “letterari” per enfatizzare e focalizzare il problema. Ovviamente la maggior parte dei bidelli ha simpatia da vendere ed è assolutamente competente.

Viva i bidelli che svolgono bene il loro lavoro; viva i bidelli che cordialmente ti porgono quello di cui hai bisogno, se glielo chiedi; viva i bidelli che trattano gli studenti con simpatia e comprensione, ricevendo in cambio la stessa moneta; viva i bidelli disponibili sempre; viva i bidelli come persone civili. Tutti gli altri soccombano sotto l’Impero.

Dal libro settimo

Excipit

<<Quando in III B si ebbe notizia dell’accaduto da una lettera della Preside*, ovvero che, risolti i problemi, i Bidelli da quel momento sarebbero stati considerati come amici e alleati,le vennero tributati venti giorni di feste solenni di ringraziamento.>>

[* da notare, in latino, l’insolita costruzione col pronome neutro “Illud” per indicare tale personaggio. Probabilmente ciò denota la scarsa considerazione che Cesare nutriva verso di esso. Noi, ovviamente, ce ne discostiamo]

XD

Andrea Gebbia

III B

 

Questa è la versione ufficiale dell’articolo, che purtroppo non arrivò mai sui giornali…poiché fu malamente modificata dall’allora direttore. Le modifiche erano apparentemente inezie: i trattini tra i numeri furono eliminati, poiché si pensò che fossero dei refusi dovuti all’impaginazione (era un casino impaginare, ve lo posso assicurare). Peccato che così un paio di frasi acquistino un significato per lo meno bizzarro, per non dire…creepy. L’unica altra modifica, del quale però ero stato avvisato, fu la censura dei nomi dei bidelli, che invece qui appaiono. Non servì a molto: la bidella mi venne a cercare e a cazziare e rischiai, mi raccontò qualche professore in seguito, una vera denuncia. L’articolo suscitò qualche malumore, coperto però subito dal fatto che tantissimi erano d’accordo con me sia tra gli studenti che tra gli insegnanti. Perché parlo di un articolo storico? Beh, prima di tutto è tra quelli che ricordo maggiormente per l’enfasi con cui lo scrissi, seconda cosa perché pare che il mio vecchio prof. di Lettere del biennio, ogni anno, lo riporti in auge facendolo leggere ai suoi studenti. Magari per vedere quanti orrori morfosintattici ho commesso? Può anche darsi, ma data la stima che ho per quel Professore non posso che essere onorato della cosa. E poi, come si suol dire, basta che se ne parli…

Cos’è l’intelligenza?

Buzan viaggia da quando era piccolo. È nato a Londra nel 1942, ma a undici anni si è trasferito a Vancouver con il fratello e i genitori; la madre era una stenografa di tribunale, il padre un perito elettronico. Dice di essere stato « un ragazzo normale, con i normali problemi di quell’età, che ha frequentato scuole normali ».

  « Allora, il mio migliore amico si chiamava Barry », rievocò Buzan, mentre stava seduto nel patio con la camicia rosa sbottonata e un paio di occhiali da sole avvolgenti come quelli che usano gli anziani per proteggersi gli occhi. « Barry era sempre nella sezione D, io invece nella A. La sezione A era per i ragazzi brillanti, la D per i meno dotati. Ma quando eravamo in mezzo alla natura, lui era in grado di identificare gli animali guardandoli volare all’orizzonte. Gli bastava vedere uno schema di volo per distinguere una vanessa o una quaglia da un merlo, che sono molto simili. Sapevo che era un genio. Io presi il massimo dei voti in un esame di scienze, un eccellente, per aver risposto a domande del tipo ‘Nomina due pesci che nuotano nei fiumi inglesi’. Be’, ce ne sono centotré. Quando mi restituirono il compito con il giudizio ‘eccellente’, all’improvviso mi resi conto che il ragazzo seduto nell’aula della classe differenziale, il mio miglior amico Barry, ne sapeva più di me, molto più di me, sull’argomento in cui teoricamente io ero il numero uno. In realtà il numero uno non ero io, era lui.

  « Allora capii che il nostro sistema scolastico d’intelligenza non ne capiva un fico secco, non sapeva distinguere chi è brillante da chi non lo è. Dicevano che ero il migliore, quando sapevo bene di non esserlo, e di lui dicevano che era il peggiore, benché fosse l’esatto contrario. La verità era agli antipodi rispetto a quanto sostenuto dagli insegnanti. Allora cominciai a chiedermi: che cos’è l’intelligenza? Chi lo stabilisce? Chi è in grado di giudicare se sei un tipo in gamba? Chi può dire che non lo sei? E dove vogliono andare a parare?» Almeno stando all’ordinato racconto di Buzan, quelle domande lo perseguitarono finché non si iscrisse al college.

 

Tratto da “L’arte di ricordare tutto” – Joshua Foer ( traduzione di Elisabetta Valdré ) – 2011 – ed. Longanesi
pagg. 225 – 226

Gamestop: perché evitarlo e come imparare a fare acquisti in ambito videoludico

Mi ero ripromesso da tempo di scrivere questo pezzo, di portare a un livello superiore la mia crociata contro la disinformazione nel commercio videoludico.

Non c’è cosa peggiore, per un appassionato di videogiochi come me (pochi lo avranno colto dal nome del blog), che vedere fiumi di gente dal Gamestop. Ragazzi in adorazione, accompagnati da fidanzate spesate e spazientite, ma, devo notare, sempre più a loro agio nell’ambiente. Bambinetti implumi, desiderosi di sapere quando uscirà il nuovo Call of Duty, magari di chiedere conferma al saggio commesso, conferma di quella data ufficiale pubblicata su internet: si sa mai. E poi le mamme, vittime prime di questo eccidio intergenerazionale inesorabile e di difficile contenimento, costrette a destreggiarsi tra migliaia di titoli, attirate dalle copertine più colorate e vistose, dai giochi cosiddetti “su licenza”, ispirati a film, icone, personaggi, marchi famosi, che, sono convinte, saranno sicuramente i giochi più belli ed emozionanti. Diciamolo, una volta per tutte: i giochi su licenza (quasi tutti) fanno schifo. Per citare un simbolo di noi videogiocatori, i giochi su licenza sono “merda che caga merda” (grazie Farenz). Sono giochi fatti apposta per abbindolare l’inesperto di turno, la madre stressata dai capricci del bimbominkia che si ritrova in casa.

Anche togliendo le mamme disperate, tuttavia, Gamestop rimane un negozio che pullula di persone ed è davvero una cosa che stento a comprendere. Ma andiamo con ordine, ovvero cominciando a smantellare, pezzo dopo pezzo, ogni presunta motivazione valida per recarsi da Gamestop, partendo dal pensiero-tipo, il mantra che, se pronunciato con convinzione, evidentemente, rende mentalmente impotente l’acquirente medio (completo di legenda colorata per non perdersi!):

“Gamestop è un negozio specializzato in videogiochi, pertanto troverò personale esperto, che mi tratterà onestamente e, nel caso io non sia avvezzo alla materia, mi aiuterà a fare la scelta migliore, guidandomi tra i prezzi, sicuramente più alti (siamo in un negozio specializzato!), ma che vengono ripagati da una più ampia offerta e disponibilità di prodotti.”

Via.

Gamestop è un negozio specializzato, è vero, senza dubbio la catena di videogames principale in Italia e nel mondo. Questa sua posizione quasi monopolistica lo rende pericolosissimo per il cliente occasionale (vedi sopra) e, come primo effetto, ha quello di permettere una forte speculazione sui prezzi, davvero elevatissimi. Giusto per avere un’idea del fenomeno, un gioco, in qualsiasi punto vendita, in media costa 60-70 euro, ma la svalutazione è abbastanza veloce per i titoli meno importanti e, in ogni caso, anche i titoli più venduti dopo qualche mese è già possibile reperirli fino a una ventina di euro in meno. Gamestop NON segue la normale svalutazione di un titolo: al lancio un gioco costa 64,90€ – 69,90€ di fisso e se vende bene continuerà a costare ugualmente anche a 6 – 10 – 12 mesi di distanza. Questo è un comportamento scorretto e, soprattutto, non è equamente ripagato da un servizio superiore ad altre catene di distribuzione, difatti, se è vero che è veramente difficile cogliere in fallo il negozio con qualche assenza in catalogo e quindi l’hardcore gamer e l’appassionato di giochi di nicchia non potranno mai restare a mani vuote, è però altrettanto vero il fatto che qualsiasi punto vendita che tratti di elettronica (vedi MediaWorld), ma anche la maggior parte dei comuni supermercati (Carrefour, Iper…) coprono una fetta più che sufficiente della richiesta, avendo sugli scaffali almeno i giochi del momento, i più attesi, i più famosi, i più venduti, in grado di soddisfare tutti i palati. A un prezzo molto minore, manco a dirlo. Mettetevelo poi in testa: chi lavora da Gamestop per la maggior parte delle volte non sa di videogiochi più di quanto potreste sapere voi una volta lettovi il catalogo di Gamestop. Sì, forse essendo persone giovani è facile che anch’essi siano videogiocatori, ma tendenzialmente non sono tra i più informati e, cosa più importante da ricordare, sono pagati per vendere, soprattutto i bruttissimi giochi su licenza, che tra l’altro sono tra i più costosi, e i giochi invenduti, che lo sono per più di un motivo. Questo rende chiaro che i commessi del Gamestop non possono considerarsi esperti del settore, in media, e difficilmente vi daranno informazioni più accurate di quelle che potreste reperire su wikipedia o affini. Per lo più vi infastidiranno, un po’ come i commessi del Foot Locker, tentando di vendervi tutto fuorchè quello che volete acquistare e, credetemi, è davvero difficile difendersi. Facciamo degli esempi tra le tante “truffette” di Gamestop. Primo tra tutti: l’assicurazione sul gioco. Se aggiungete una piccola somma al prezzo del gioco che comprate (solitamente 3 euro, ma non fidatevi ciecamente di ciò che scrivo) avete il disco assicurato, ovvero in caso di rottura del disco (!!!!!) ve lo cambieranno con un disco nuovo di pacca. La richiesta di assicurazione viene presentata alla cassa, quando già si è nella fase finale dell’acquisto, per cogliere il cliente un po’ di sorpresa e spingerlo a pensare “caspita, per così poco alla fine conviene, può sempre succedere qualcosa”. Sfiga a parte, a meno che non vogliate centrare la console dal divano lanciando il CD come un piattello, le probabilità di rottura di un disco sono assolutamente remote e vi stanno solo inculando dei soldi. Un altro simpatico modo in cui altri soldi lasceranno il vostro portafoglio è la sempiterna scusa del resto mancante. Tutti i giochi venduti da Gamestop, infatti, costano, con il trucco più vecchio del mondo, TOTeuro e 98 centesimi, 99 centesimi e via dicendo. E i commessi sono addestrati fin da piccoli a mentire, mentire e ancora mentire spudoratamente, affermando SEMPRE di non avere i centesimi di resto, non dandoveli mai indietro. Non ci perdete (quasi) nulla, è vero, e loro non ci guadagnano (quasi) nulla. Ma, come si suol dire, è una questione di principio. Soprattutto perchè ultimamente la politica sembra cambiata e planata verso un approccio DeFilippesco: “il centesimo di resto lo vuoi o lo diamo in beneficenza?” Pensate quello che volete, ma personalmente non credo che quei soldi andrebbero a finire in beneficenza. Ma per me il problema non si pone, dato che Gamestop non vede i miei soldi da tempo immemore.

Smettendola con i colori, perché a questo punto della lettura cominciano a dare fastidio, vi rimando qui per un’altra truffa in piena regola, simile, tra l’altro, a una che ho sventato ed evitato personalmente (sunto della mia esperienza: volantino con sconto: wow fino a fine mese. Ehi ma è la settimana del 3×2. Cambio del volantino in corsa con prezzi gonfiati per quasi tutti i giochi di circa 20 euro. Sticazzi.)

Veniamo a un tema caldo quando si parla di Gamestop: la possibilità di comprare giochi a prezzo ridotto convertendo dell’usato (2 giochi). Di per sè la cosa è ottima, sebbene la lista di giochi accettati per questo tipo di promozioni sia decisamente striminzita e relegata a giochi abbastanza recenti, ma è giusto così, altrimenti sarebbe una strategia assolutamente fallimentare e Gamestop chiuderebbe bottega nel giro di 2 settimane. Con queste offerte, tuttavia, il risparmio per il cliente è notevole: un gioco da 70 euro può venire a costare 30 – 40 euro in meno. Il problema sta nella valutazione invece che viene fatta dell’usato “sfuso”, ovvero quello non portato per le offerte, che è veramente ridicola. Evidentemente il mercato è questo, perchè non mi risulta, spezzando una lancia a favore di Gamestop, che le altre catene che offrono la valutazione dell’usato siano molto più prodighe, ma la sensazione di essere stati derubati quando il nostro gioco, pagato 70 euro, viene valutato 3 euro dopo pochi mesi, è forte. Soprattutto perchè rivedremo il nostro gioco nello scaffale degli usati, a un prezzo almeno 7-8 volte più elevato, e, nuovo, avrà il solito prezzo invariante dei gioconi da 70. Mercato. Vabbè.

Cosa dovete aver imparato da questo mio lungo intervento? Che dovete evitare Gamestop come la morte. Che non troverete mai prezzi convenienti, a meno che non pensiate di comprare dell’usato, allora forse sì, siete nel posto giusto.

A dir la verità ho anche pensato di “lavorarci”, dato che, modestia a parte, credo di saperne assai più dei commessi abituali, ma questo non toglie che Gamestop mi continuerebbe a far schifo.

Finora ho più o meno soltanto gettato fango su Gamestop, senza però spiegare quali sono le alternative e perchè bisogna sceglierle. La mia risposta a tutto è AMAZON, sempre e comunque. I prezzi sono assolutamente concorrenziali, le spedizioni velocissime e assolutamente sicure, esiste poi la possibilità di prenotare i giochi in uscita a prezzi fuori dal mondo con la garanzia del prezzo più basso. Come funziona? Semplicemente se prenotate un gioco e il suo prezzo sale prima del lancio, vi sarete assicurati il prezzo al quale lo avete prenotato; se il prezzo scende prima del lancio scenderà anche il prezzo della vostra prenotazione. Inutile dire che il pagamento avverrà soltanto al lancio (e quindi alla consegna) del gioco e sarà, per il meccanismo appena descritto, il più basso che il prodotto ha avuto da quando lo avete prenotato. Ma non è finita! Se, navigando sul web, vedrete lo stesso gioco a un prezzo minore, potrete segnalarlo sulla pagina del prodotto e Amazon si adeguerà a quel prezzo. Credo che la cosa accada soltanto se ci sono un certo numero di segnalazioni, ma tentar non nuoce, e a me è andata bene più di una volta. Ah, non ditelo a nessuno, ma la spedizione sopra i 19 euro è gratuita.

Se sapete destreggiarvi tra le valute straniere e sapete cosa vuol dire comprare un gioco multilingua, multi5, e robe del genere, allora vi indirizzo su siti come play.com e zavvi.com che offrono prezzi ancora più convenienti rispetto agli incredibili prezzi di amazon.it.

Se invece siete degli irriducibili scettici nei confronti del commercio online allora vi basterà optare per catene come MediaWorld e affini o addirittura, come accennavo da qualche parte quassopra, a supermercati che abbiano un reparto videogames. Attenzione: nel caso dei centri commerciali è possibile talvolta trovare giochi un po’ più vecchiotti a prezzi che NON sono convenienti, nemmeno rispetto a Gamestop. Questo per il semplice fatto che sugli invenduti i centri commerciali tentano di guadagnare il massimo possibile. Solo una volta perse le speranze allora anche quei giochi raggiungeranno prezzi concorrenziali. Il consiglio è quindi di visitare 2-3 negozi differenti e valutare il prezzo migliore, che spesso non è solo leggermente differente, anzi.

Non dimenticate, poi, che se potete rimandare l’acquisto di un gioco, a meno che non abbiate usufruito delle convenientissime prenotazioni Amazon (certo, anche Gamestop fa prenotare, ma i prezzi…), fatelo e risparmierete sicuramente. In ogni caso tra il prezzo ribassato di un gioco da Gamestop e il prezzo iniziale di un gioco su Amazon vince sempre (o quasi) e comunque il gioco su Amazon…pensate un po’!

Non resta da dire altro se non che il mio ennesimo consiglio è di stare sempre in ogni caso attenti ai prezzi e, anche online, confrontare più offerte, anche se ve lo dico io che al 90% vince sempre Amazon, almeno per i siti italiani.

E se dopo tutto questo continuerete ad andare da Gamestop, beh 

Il discorso di Gesù nato

In quella contrada c’erano dei pastori i quali pernottavano nella campagna e vegliavano la notte a guardia del loro gregge. Un angelo apparve e disse loro: «Andate, troverete un bambino avvolto in fasce in una mangiatoia. È nato a voi un salvatore». I pastori si dissero tra loro: «Andiamo, e vediamo questo avvenimento» poiché di qualcuno che pensasse anche loro ne avevano davvero bisogno. E si avviarono in fretta, coi loro figli e le loro pecore e, giunti dinanzi al bambino, restarono sconcertati, a bocca aperta, a sentire quello che il bambino, che già si chiamava Gesù, diceva loro.

«Imbecilli, state lontano da me. Dicono che io, fin da prima che fossi concepito nel ventre di mia madre, faccia parte di un destino antico più del tempo, del disegno di un pazzo, dell’epopea di Dio, di quel Dio che vi hanno dato.

«Vedo che anche voi avete messo al mondo tanti bambini. Portateli via o, per causa mia, sempre secondo quello sciagurato disegno, finiranno assai presto sgozzati. Perché, chiedete voi, che hanno mai fatto di male i nostri bambini, perché mai dovrebbero venire sgozzati? E lo chiedete a me, cosa mai ne posso sapere io? Ma so che gli uomini, negli anni, nei secoli, continueranno a ripetersi questa storia, la mia storia di bambino nato, anche se non la capiranno mai.

«Mi raffigureranno così, come ora mi vedete, come io ora vedo voi, nudo in una stalla, tra mio padre e mia madre e voi fuori, al freddo, con i vostri bambini e le vostre pecore. Ma allora io sarò già stato liquidato, e anche voi, come tutti i poveri e gli imbecilli, sarete liquidati.

«Andate via.

«È già ora che io mi alzi, che io mi vesta, non ho tempo per fare il bambino. Devo nascondermi. Nascondetevi anche voi. Lo volete capire? Porto con me un destino di sangue. Mia madre lo sa, è lei sola a saperlo, ha tutto ben chiaro, tutto bene impresso nei suoi occhi di fanciulla, sfavillanti come diamanti, in guardia come lame di spade.

«Addio imbecilli, devo nascondermi. Da Erode, dite, da quel bestione? Ma via! Erode è solo un imbecille più grosso di voi. Farà quello che deve fare. Come tutti coloro che si credono potenti crederà di essere lui a decidere il da farsi.

«Passerò più di trent’anni a nascondermi. Infine il vostro folle disegnatore mi scoverà e, sulla punta della sua micidiale matita, mi trasporterà sopra una mappa di monti, di laghi, di sentieri, girando sempre intorno, come un ubriaco alla porta della taverna, a una città chiamata Gerusalemme dove i vostri sapienti lo hanno acquartierato.

«È il disegno, è il disegno, si continuerà a berciare nei secoli, il disegno di salvezza, della vostra salvezza crapuloni, fottitori, ladri, assassini. Venga la vitima, l’ostia, come è bella la vittima! Eggià, vi sono sempre piaciute le vittime.

«Invano cercherò di chiarire l’equivoco: non c’è alcun disegno, il disegnatore pazzo ve lo siete inventato voi, con le vostre teste storte per creare un alibi alla vostra sete di potere, alle vostre stragi. Macchè, non ci sentite: il dsegno, il disegno! Avrò un bel dirvi che avete preso un grosso granchio, che quel vostro Dio è tutto da rifare, che anche il disegno ve lo siete inventato da soli. A forza di parlarvi, di guardarvi, di correre dietro alle vostre miserie di sani e di storpi, ho capito dove sta l’errore, e ve l’ho detto: fate silenzio una buona volta e ascoltate la pace. Tiratela fuori, l’avete nascosta dentro di voi la pace: avrete un mondo nuovo, senza più iperboliche parabole, a misura del vostro cuore.

«Niente da fare. Ma questa sarà un’altra storia. Per adesso sono qui, appena nato, nudo, così come nudo morirò. Tornatevene a casa, imbecilli, mia madre ha fretta di fare fagotto. Poverina, spera davvero di potermi proteggere.»

Tratto da “Eclisse del Dio Unico” – Ferruccio Parazzoli – 2012 – ed. Il Saggiatore
pagg.64 – 66

Vacanze

Nel senso di “vacanti”, perché ne vedrò ben poche quest’estate, dato che l’università assorbe sempre fino all’ultima goccia di tempo ed energia. Poco male, ho cominciato a riempire il tempo libero che mi si è creato rovistando oggi negli armadi di camera mia. L’estate inizia per me soltanto quando faccio ordine lì dentro, il che coincide con sistemarmi un po’ le idee. Tenevo ancora la maggior parte degli appunti presi al liceo, sicuramente quelli del trienno e un buon numero non li ho voluti gettare. Tra le carte più o meno ufficiali, vecchi temi fotocopiati (che tracce di merda che però!) e esercizi di Fisica ormai per me elementari, spesso un nome mi riportava alla memoria una catena di eventi e situazioni che pensavo perdute. Ridicolmente artistiche le fotocopie di Letteratura Inglese: non riuscivo proprio a seguire quelle dannate lezioni! Ho trovato capolavori d’arte in quei fogli che nemmeno il Caravaggio avrebbe saputo fare di meglio. Durante una lezione di Letteratura Inglese, s’intende. Tra le sudate carte una poesia, scritta in stazione, mentre aspettavo il treno in ritardo (o forse era solo uno degli scioperi del venerdì?) dalla tematica piuttosto particolare: il raffreddore. Ero intasatissimo in quei giorni. Tra l’altro scritta dietro ad appunti che avevo poi passato a un amico (Tommy quando cazzo torni dall’Australia?) che mi aveva giustamente deriso per il patetico componimento buttato giù in un momento di coma allergico. “Discorso sul metodo”, “Il comune nasce sovversivo”, “La peste di Atene”, “Le infinitive”, “Ho sceso dandoti il braccio” Poi, nascosto, un disegno caricaturale della Rodella, la mia Prof. di Storia e Filosofia. Dal biennio gli appunti di Latino: quelli non si possono buttare. C’è il Prof. Quaglia lì dentro, in ogni riga, in ogni “ondulata = imprecisione”, che era la speranza di tutti noi perché voleva dire che sì, la frase fa davvero schifo tradotta così, però il Prof. è un grand’uomo e sa che non lo imparerai mai il Latino, quindi stavolta l’errore facciamo finta che non ci sia. “Nunc est bibendum” da leggere in metrica, cosa che a me piaceva e sembrava naturale, per molti era il modo più naturale per bruciarsi la sufficienza. Gli esercizi sul flusso tagliato e la forza di Lorentz! Sembrano ben fatti, come mai allora non ho ancora passato l’esame di Elettromagnetismo? Bah, passiamo oltre: il malloppone degli appunti di Italiano di quinta. Avvolto da elastici, cotti. Lo ripassai, si fa per dire, la notte prima degli esami. Poi nel tema ci fu Levi, mai visto, e all’orale mi chiese Dante, mai riletto da Maggio in poi. Ma andò bene. Salta fuori un elegante e sublime esercizio di burocrazia: la parte teorica affrontata in Educazione Fisica, messa nel Documento di Classe, il Syllabum da consegnare agli esterni alla Maturità, per far loro capire quanto possono essere stronzi senza incappare in ricorsi. Inutile dire che quelle cose nessuno le aveva mai lette, tanto meno io che ho passato l’ultimo anno di Educazione Fisica. al tavolo da ping-pong col mio amico di cui sopra. Cestinate le ultime scartoffie mi sono fermato a riflettere sul fatto che sono passati già 2 anni, mentre a me il tempo sembra fermatosi lì. Mi fa ancora emozionare pensare a quei tempi e li rivivo sempre con piacere e commozione. Tante cose sono salve dal cestino e andranno in soffitta; gli armadi faranno spazio ai libri presenti e che verranno. Nella mia testa invece deve starci tutto. Ogni tanto sollevo il coperchio e controllo che ogni cosa sia al suo posto, ma inevitabilmente qualche ricordo è scivolato fuori. Ma prima di rimanere imbambolati a osservare il passato, sigilliamo la scatola cranica, serriamo gli armadi e diamo inizio alle vacanze.