Il discorso di Gesù nato

In quella contrada c’erano dei pastori i quali pernottavano nella campagna e vegliavano la notte a guardia del loro gregge. Un angelo apparve e disse loro: «Andate, troverete un bambino avvolto in fasce in una mangiatoia. È nato a voi un salvatore». I pastori si dissero tra loro: «Andiamo, e vediamo questo avvenimento» poiché di qualcuno che pensasse anche loro ne avevano davvero bisogno. E si avviarono in fretta, coi loro figli e le loro pecore e, giunti dinanzi al bambino, restarono sconcertati, a bocca aperta, a sentire quello che il bambino, che già si chiamava Gesù, diceva loro.

«Imbecilli, state lontano da me. Dicono che io, fin da prima che fossi concepito nel ventre di mia madre, faccia parte di un destino antico più del tempo, del disegno di un pazzo, dell’epopea di Dio, di quel Dio che vi hanno dato.

«Vedo che anche voi avete messo al mondo tanti bambini. Portateli via o, per causa mia, sempre secondo quello sciagurato disegno, finiranno assai presto sgozzati. Perché, chiedete voi, che hanno mai fatto di male i nostri bambini, perché mai dovrebbero venire sgozzati? E lo chiedete a me, cosa mai ne posso sapere io? Ma so che gli uomini, negli anni, nei secoli, continueranno a ripetersi questa storia, la mia storia di bambino nato, anche se non la capiranno mai.

«Mi raffigureranno così, come ora mi vedete, come io ora vedo voi, nudo in una stalla, tra mio padre e mia madre e voi fuori, al freddo, con i vostri bambini e le vostre pecore. Ma allora io sarò già stato liquidato, e anche voi, come tutti i poveri e gli imbecilli, sarete liquidati.

«Andate via.

«È già ora che io mi alzi, che io mi vesta, non ho tempo per fare il bambino. Devo nascondermi. Nascondetevi anche voi. Lo volete capire? Porto con me un destino di sangue. Mia madre lo sa, è lei sola a saperlo, ha tutto ben chiaro, tutto bene impresso nei suoi occhi di fanciulla, sfavillanti come diamanti, in guardia come lame di spade.

«Addio imbecilli, devo nascondermi. Da Erode, dite, da quel bestione? Ma via! Erode è solo un imbecille più grosso di voi. Farà quello che deve fare. Come tutti coloro che si credono potenti crederà di essere lui a decidere il da farsi.

«Passerò più di trent’anni a nascondermi. Infine il vostro folle disegnatore mi scoverà e, sulla punta della sua micidiale matita, mi trasporterà sopra una mappa di monti, di laghi, di sentieri, girando sempre intorno, come un ubriaco alla porta della taverna, a una città chiamata Gerusalemme dove i vostri sapienti lo hanno acquartierato.

«È il disegno, è il disegno, si continuerà a berciare nei secoli, il disegno di salvezza, della vostra salvezza crapuloni, fottitori, ladri, assassini. Venga la vitima, l’ostia, come è bella la vittima! Eggià, vi sono sempre piaciute le vittime.

«Invano cercherò di chiarire l’equivoco: non c’è alcun disegno, il disegnatore pazzo ve lo siete inventato voi, con le vostre teste storte per creare un alibi alla vostra sete di potere, alle vostre stragi. Macchè, non ci sentite: il dsegno, il disegno! Avrò un bel dirvi che avete preso un grosso granchio, che quel vostro Dio è tutto da rifare, che anche il disegno ve lo siete inventato da soli. A forza di parlarvi, di guardarvi, di correre dietro alle vostre miserie di sani e di storpi, ho capito dove sta l’errore, e ve l’ho detto: fate silenzio una buona volta e ascoltate la pace. Tiratela fuori, l’avete nascosta dentro di voi la pace: avrete un mondo nuovo, senza più iperboliche parabole, a misura del vostro cuore.

«Niente da fare. Ma questa sarà un’altra storia. Per adesso sono qui, appena nato, nudo, così come nudo morirò. Tornatevene a casa, imbecilli, mia madre ha fretta di fare fagotto. Poverina, spera davvero di potermi proteggere.»

Tratto da “Eclisse del Dio Unico” – Ferruccio Parazzoli – 2012 – ed. Il Saggiatore
pagg.64 – 66

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